Dedicato a quelli che “prima gli italiani”

 

Campo profughi di Katsikàs, nord Grecia, 2018.

 

Per l’ennesima volta: nel mondo ci sono attualmente 65milioni di persone che sono state costrette a lasciare la loro casa. Tutte queste persone sanno a cosa vanno incontro. Sanno che potrebbero morire lungo il cammino, sanno che dovranno pagare somme enormi per attraversare, nel caso europeo, dei mari che noi attraversiamo in un’ora con un biglietto RyanAir, sanno che il viaggio sarà lunghissimo e doloroso e sanno che potrebbe essere completamente inutile. Però partono lo stesso, perché evidentemente ciò che si lasciano alle spalle è peggiore di ciò a cui vanno incontro. Non vengono qui perché “questo è il paese dei Bengodi”, ma perché lì morirebbero, quindi rischiare di morire per venire qui è un miglioramento pratico della loro condizione. Nel momento in cui arrivano qui, noi (ovvero i nostri Stati) abbiamo alle spalle secoli e secoli di carta stampata, convenzioni, letteratura e leggi che stabiliscono i diritti dell’uomo. Queste leggi – il diritto – ciò su cui è fondata la nostra civiltà, stabilisce da secoli che la base dei diritti umani non è il cittadino, ma è l’uomo in quanto tale. Queste non dovrebbero essere solo parole, questa è la legge che ci siamo dati e che cerchiamo di “esportare nel mondo” quando andiamo altrove. Nei fatti raramente è così, quante volte vi è capitato di ricevere un trattamento diverso sulla base di chi siete o delle condizioni in cui siete? A volte è anche giusto e normale. Uno sconto inaspettato perché siete studenti, o il saltare una fila perché siete anziani, o un sovrapprezzo su un biglietto aereo perché avete un tipo di carta invece di un’altra. Le cose vanno sempre diversamente da come dovrebbero o da come ci aspetteremmo. Queste persone non hanno il diritto di cercare una vita migliore fuggendo da territori devastanti proprio perché vengono da quei territori devastati. Con il nostro passaporto noi possiamo andare ovunque, loro no. A causa del luogo in cui sono nati, sono obbligati a rimanere lì, tra le bombe e le macerie. Secoli di letteratura, le idee che la nostra civiltà ha partorito e sulla base delle quali stabiliamo la superiorità della nostra visione su quella degli altri, dicono il contrario, ma noi ignoriamo le stesse regole che ci siamo dati e che ci inorgogliscono così tanto. Nel momento in cui veniamo messi alla prova dei fatti, dimentichiamo gli stessi valori che ci hanno creato. Pensiamo che i nostri privilegi siano nostri dirittiAd oggi non c’è una maniera legale per tutte queste persone per fuggire da guerre e devastazioni, non esiste una maniera legale e concertata tra tutte le parti, che faccia in modo che gente intrappolata tra macerie possa fuggire di lì. I loro documenti valgono meno dei nostri e stabiliscono il loro essere, nel mondo, cittadini di seconda categoria. In questo passaggio stiamo mandando a quel paese secoli di civiltà, e manco ce ne siamo resi conto. Tutto questo sulla base del fatto che “neanche noi ce la passiamo benissimo”, ignorando il fatto che la pur tragica situazione di classi sociali che “non arrivano a fine mese” è un po’ meglio di interi popoli bombardati e ammazzati quotidianamente (e non ve ne uscite col migrante economico: il discorso dei diritti e del rischiare di morire per venire qui vale anche per lui). Non c’è una maniera corretta per comunicare l’urgenza di questi temi, è facilissimo cadere nell’errore di mettere un bel bambino sorridente e cadere nella retorica, o un cadavere mutilato e sfociare nella pornografia del dolore. Ma bisogna parlarne, bisogna trovare un modo. Proviamo con la razionalità, in un mondo che sembra essersela scordata e “ragiona” ormai solo di pancia: se a te ti sparano, tu scappi; se ti inseguono (non per qualcosa che hai fatto, ma per qualcosa che sei), tu t’incazzi; se bussi disperatamente a un portone e quelli non ti aprono (e tu lo sai che sono lì dentro, li senti discutere, stanno parlando di te, se farti entrare o meno), tu urli, diventi una bestia, stai malissimo. La notte del Bataclan, decine di francesi aprirono le loro case ai giovani che scappavano dai terroristi, e furono, giustamente, lodati dai giornali. Ora, come civiltà, stiamo facendo l’esatto opposto, e manco ce ne rendiamo conto. C’è una necessità di gestione, ovviamente: una volta risolta l’urgenza di dare una speranza a queste persone, bisogna ragionare sui come, sulla suddivisione dei ruoli, su una equa spartizione delle responsabilità. Ma questo viene dopo. Stiamo parlando della più grande occasione di dimostrare che siamo ancora, tutto sommato, una civiltà. Votate bene, per dio.

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