Di migranti, leghisti e del far cambiare idea come atto d’amore

 

                           Campo profughi di Katsikàs, nord Grecia. Gennaio 2018.

 

Alcuni giornali mentono. In realtà avviene da sempre, ma quest’epoca in cui ci è dato di vivere sembra essere così impazzita da aver messo due paroline inglesi su di un dato così oggettivamente terrificante, e così ci si ritrova a far finta di niente mentre le menzogne diventano realtà e guidano i dibattiti pubblici, concretizzandosi in opinioni sbagliate e diffusissime. Un articolo di Libero così titolava qualche settimana fa: “Immigrati, la Coop li manda a scuola di sesso per sedurre le italiane”; dopo un titolo così sobrio e misurato era prevedibile l’arrivo di un esercito di commentatori a urlare bestialità come ‘al rogo’, ‘prima le nostre donne’, ‘qualcuno pensi ai bambini’. È il caso di trasmissioni imbarazzanti come La Zanzara o giornali fatti male come Il Resto del Carlino. Tutta la vicenda è splendidamente illustrata in questo articolo di The Vision che trovate qui ma il riassunto è questo: una coop della provincia di Modena faceva corsi di educazione civica in cui, tra le altre cose, si illustrava ai migranti la nuova “moderna” visione della donna nella società occidentale, quindi si insegnava a rispettare la figura femminile secondo i canoni occidentali. Le recenti polemiche e guerre civili verbali scaturite dall’uragano #metoo e dalle “nuove” (mica tanto, solo timidamente sdoganate) istanze femministe hanno dimostrato quanto indietro si sia, anche da noi, su determinate questioni riguardo il ruolo della donna e la sua posizione ancora di subalternità nella nostra società, ma è indubbio che qualche passo in avanti lo si è fatto, soprattutto rispetto a società in cui, a causa di Islam e di una ignoranza diffusa dovuta a fattori culturali, sociali ed economici (fanatismo religioso e ignoranza vanno spesso di pari passo con sottosviluppo economico, qualsiasi sia la religione in questione), la donna se la passa ancora peggio che da noi. Insomma, in Occidente la strada verso l’equità tra uomo e donna è ancora indicibilmente lunga, ma stiamo messi un po’ meglio rispetto ad altre latitudini. Quindi, nell’ottica di una convivenza pacifica e non traumatica, sia per la comunità migrante che per quella ricevente, ben vengano operazioni che illustrano come “funziona” una società a una collettività – quella migrante – che culturalmente sta messa, banalizzando, più o meno come stavamo noi cinquant’anni fa (o come sta messo tuttora quel vostro anziano zio di provincia che guarda con biasimo la nipotina carina che va  all’Università perché “tanto è bella, chi glielo fa fare a studiare? si trovasse uno coi soldi e si sposasse”).

La cosa strana è stata, però, che l’opportunità di questi corsi è stata criticata anche da sinistra. Perché questa levata di scudi bipartisan, dunque? Perché far passare delle lezioni di educazione civica volte ad una pacifica convivenza (parola infinitamente meglio di “integrazione”, che contiene una percentuale di sudditanza) come una specie di invito allo stupro o di irricevibile ingerenza? Ovviamente dire che è solo la chiara volontà, da destra, di giornali delinquenziali e terroristi di aizzare l’opinione pubblica contro lo straniero – anche se vero – non basta. Perché anche da sinistra sembra concretizzarsi una resistenza indicibile all’efficace, pacifica e costruttiva convivenza tra popoli? Ormai le posizioni si sono così polarizzate da aver dimenticato la realtà. Da una parte abbiamo un esercito di razzisti con la bava alla bocca e una spietata ignoranza nel cuore, dall’altra abbiamo un esercito di persone genuine e di buone intenzioni che, in nome del sacrosanto rispetto tout court verso le identità culturali altrui, tralasciano l’impellente necessità di adeguare all’oggi dell’Occidente popolazioni che vengono da culture colpevolmente in ritardo (colpevolmente per loro, vedi fondamentalismi religiosi, e per noi, vedi guerre dell’Occidente o appoggi politici – intermittenti, spassionati e interessati – a forze che favoriscono ritardi culturali e sudditanze politiche ed economiche).

Bertold Brecht in una sua poesia parla di un paradosso definibile come “il paradosso dello scalatore”: uno scalatore, impegnato nella difficile ascesa verticale di una montagna, sa che dovrà adeguarsi alle contingenze e alle ‘incongruenze’ della roccia. In alcune circostanze dovrà muoversi di lato invece che verso l’alto, in altre dovrà rallentare, in altre ancora dovrà addirittura scendere di un passo per poter intraprendere una via che lo porti più agevolmente alla cima. Gli spettatori a valle che lo osservano comodamente, invece, non concepiscono nessun movimento che non sia direttamente tendente verso la vetta. Ma scalare una montagna non è facile. Fuor di metafora: stiamo parlando di migrazioni, integrazione e convivenze. Ovvero de La Sfida del nostro tempo. Quei corsi sono necessari, qualunque sia la vostra resistenza all’ingerenza su altre formae mentis. Certo, bisogna saperli fare, con tatto, rispetto, empatia, calcolando caso per caso, e soprattutto senza la foga di un impositore coatto e volto al proselitismo, la cui arroganza da piedistallo si rivelerebbe inoltre controproducente all’insegnamento, sul lungo termine.

Ma la mia volontà di migliorarti e di migliorare il mondo in cui dobbiamo vivere insieme non deve intaccare la tua personalità e identità, e in questo equilibrio sottilissimo e estremamente soggettivo e sensibile che si gioca il rapporto e il rispetto tra individui e culture. Ed è da qui che partono la maggior parte delle critiche, da sinistra, alle Ong o alle Coop (non sempre infondate, quando si scavalcano quei limiti, che, ripeto, sono estremamente labili e soggettivi, e alcune iniziative volte al miglioramento della condizione del migrante diventano un mezzo di addomesticazione dello stesso). Ma quei corsi (e un’infinità di altri corsi e attività utilissime operate dalle Ong) vanno fatti. Servono, perché insegnare serve. E quando si insegna tenendo ben presente le giuste coordinate di rispetto per la soggettività altrui e per la crescita dell’individuo non stiamo migliorando solo il nostro alunno (o studente, o amico, o compagno di conversazione), stiamo migliorando il mondo in cui viviamo, la società che ci sta intorno e che costruiamo giorno dopo giorno. Ed è una operazione difficile, la più difficile del nostro tempo. Di nuovo: è La Operazione del nostro tempo. E allora perché non cerchiamo di farla bene: perché ci spaventiamo di corsi volti a insegnare alle persone l’arte del saper vivere insieme? Perché non istituire, invece, corsi anche per noi? Volti ad insegnarci come accogliere gente che qui non ci voleva venire? Che ci guarda distrutta alla ricerca di un suo posto nel mondo mentre noi urliamo il nostro odio e la nostra diffidenza. Un leghista ha bisogno di essere educato esattamente quanto un profugo, se non di più. Perché, sia da destra che da sinistra, c’è una così grande resistenza a uno sforzo davvero condiviso e volto al Bene comune? Perché questa campagna elettorale è la più brutta di sempre (e le prossime saranno peggio)? Le forze politiche che hanno come soluzione al “problema” e all’”emergenza” migranti (che emergenza non è, è una pagina della nostra Storia, disegnata e preventivata da decenni, ma questo è un altro fatto) ricette prese direttamente dal Mein Kampf e, nella migliore delle ipotesi, semplicemente inattuabili, sono al 50%; si preparano a prendere le redini del nostro paese. Del tuo, del loro. E noi li abbiamo lasciati fare. Era nostro dovere educare anche loro, fare uno sforzo condiviso di convinzione e circonvenzione di incapace. Quel tuo zio scemo, quell’amico un po’ debole che non lo dice ma voterà Salvini anche se è di Nocera Inferiore, o Grillo anche se ha studiato. Ecco, dovevi convincerli con la forza della ragione e delle emozioni. Non sono (quasi mai) cattivi, semplicemente sbagliano. E si preparano a essere la maggioranza. Viva la democrazia.

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Campo profughi di Katsikàs, nord Grecia. Dicembre 2017.

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