La brutta televisione è terrorismo

 

“Chiedi cosa io penso tu debba soprattutto evitare: la folla. […] Quanto è maggiore la folla in cui ci mescoliamo, tanto più c’è pericolo.”

Seneca,  Epistola a Lucilio

 

 

Il ricordo di questa versione del liceo si affaccia alla mente prepotente guardando le immagini di piazza San Carlo a Torino. In qualche modo la voce impersonale di Caressa alla telecronaca della partita, che segue incurante mentre la gente si calpesta, mi sembra assurda e insultante in maniera completamente irrazionale – facile metafora posticcia della società dello spettacolo che deve proseguire. Nella Epistola a Lucilio, Seneca parla della folla come metafora della spersonalizzazione. Incita il giovane a cercare la sua voce, incurante della moltitudine che tutto appiattisce e travolge. La folla di cui si discute in Italia in questi giorni, invece, è una folla fisica. Anch’essa travolge e distrugge, ma le ferite sono visibili a occhio nudo e sanguinano. Entrambe risultano, però, ugualmente spersonalizzate e dall’andamento casuale.

Il terrore, la paura – i sentimenti che essere umano e animale provano quando si sentono in pericolo – sono contagiosi. Come il pianto nei bambini, o la risata e lo sbadiglio negli adulti. È una reazione biologica, completamente irrazionale e difficilissima da gestire. Le conseguenze di tale fenomeno le abbiamo viste tutti. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di 1527 feriti. Giovani, adulti e bambini calpestati nella calca che si è creata dopo che un’ondata di panico (in seguito a una bravata, o una transenna caduta, o un petardo troppo forte, o un attacco d’isteria collettiva ingigantitosi di individuo in individuo, o tutti questi fattori insieme) ha travolto la piazza gremita da più di 40mila persone che vedevano una finale di Champions.

Una discussione seria e razionale su un evento del genere non può non partire dalla psicosi collettiva di quella piazza. Una pura psicosi irrazionale che è della società italiana intera. Bisognerebbe parlarne, analizzarla, sezionarla, somatizzarla e risputarla. Al contrario ieri mattina un sedicente esperto di terrorismo al Tg5 affermava convincente: “Purtroppo non siamo e non potremo mai essere al sicuro oggi in Europa. […] Il pericolo rimane e la vigilanza deve rimanere costante.” Tralasciando così completamente un piccolo particolare: 1527 feriti sono state vittima, pare, di una transenna caduta. E le transenne non hanno simpatie jihadiste.

Tre giorni fa a Coblenza, in Germania, mentre si teneva il festival musicale del Rock am Ring – uno dei più grandi e importanti d’Europa – gli organizzatori hanno invitato le oltre 100mila persone presenti ad abbandonare l’area del festival per un allarme terroristico (poi rivelatosi infondato). Il deflusso è stato tranquillo e privo di incidenti. Ovviamente la prevenzione è l’arma migliore – “better safe than sorry” – quindi un plauso va agli organizzatori del concerto. Ma – probabilmente banalizzando – immaginiamo un allarme del genere in Italia, a piazza San Carlo o in qualsiasi altro grande centro affollato. Viene quasi naturale pensare che non sarebbe andato tutto così liscio. (E ciò è paradossale se si pensa che la Germania è stata vittima di attacchi terroristici, l’Italia no.)

Perché da noi la gente ha così paura? Perché da noi la costante minaccia terroristica viene affrontata dai media solo e soltanto in maniera isterica, paranoica, completamente irrazionale? Nessuno vuole sottovalutare la difficoltà della contingenza storica attuale, ma è possibile che ci siano 1527 feriti per una transenna che cade? Le responsabilità, chiaramente, non possono essere attribuite alla semplice gestione dell’ordine pubblico. Siamo di fronte a qualcosa di più profondo. E qualche responsabilità dovrà pur essere rintracciata. Ebbene, viene naturale puntare il dito verso i media. Trasmissioni televisive che non esito a definire criminali, come Quarto Grado, Piazza Pulita, La Gabbia, Bersaglio Mobile, Quinta Colonna, Dalla Vostra Parte, ecc (già solo leggendo i titoli dei palinsesti italiani ci si sente improvvisamente a Vietnam nel 1974). Ma non si tratta solo di detti programmi. Tale clima di allarmismo e panico totale e paralizzante viene alimentato, in realtà, dalla stragrande maggioranza dei giornali, telegiornali e opinionisti. Ripeto: nessuno vuole sottovalutare il pericolo europeo, ma tra l’incuranza totale verso il terrorismo, e degli invasati che urlano “aiuto” a qualsiasi soffio di vento, ci sarà pure una via di mezzo. O no?

Biblioteche e internet sono pieni di libri, saggi e opere che descrivono come la paura sia un potentissimo mezzo politico, troppo spesso usato dal potere in maniera folle e scriteriata per aiutare la sopravvivenza dello status quo. Orwell, Huxley, Gustave Le Bon (sua l’opera Psicologia delle folle, del 1985, particolarmente appropriata al caso in analisi) – solo per fare qualche nome del passato – hanno tutti, ognuno nella propria maniera personale, affrontato in qualche modo il tema del divide et impera di latina memoria.  Fino a Michael Moore, Noam Chomsky, John Pilger e decine di altri giornalisti, scrittori e filosofi – lo scibile umano è pieno di pensatori che hanno descritto tale fenomeno politico – la paura come arma del potere – meglio di come potrà mai fare un singolo articolo giornalistico.

Il neuroscienziato di Harvard Daniel Siegel, invece,  ha analizzato tale fenomeno dal punto di vista scientifico, e così rispondeva all Huffington Post, nel 2008: “quando siamo spaventati siamo biologicamente programmati a prestare meno attenzione ai segnali dell’emisfero sinistro del cervello. Per questo la parte logica della mente si spegne. La paura paralizza il nostro ragionamento e rende letteralmente impossibile pensare in maniera articolata. Quello che facciamo invece è cercare segnali emozionali, non verbali, da altri, che ci facciano sentire in salvo e al sicuro. […] A un livello più profondo, noi reagiamo da adulti più o meno allo stesso modo in cui reagivamo da bambini. È un istinto primario. I bambini hanno l’infanzia più dipendente fra quella di tutte le specie animali. La nostra sopravvivenza dipende da chi si prende cura di noi.”

 

It’s not that conservative people are more fearful, it’s that fearful people are more conservative

R.Mc Dermott, Brown University

 

La paura – il terrore – spinge l’individuo a comportamenti irrazionali (cade una transenna, “maledetto Islam”), e quando si ha paura si tende ad affidarsi a chiunque ci dia rassicurazioni – anche le più campate in aria. Si rinuncia scientemente ad un’analisi seria e approfondita dei fatti e delle possibili conseguenze di ogni soluzione, a favore di una politica della emergenza perenne che contribuisce ad alimentare il circolo vizioso – l’ouroboros del terrore – che è la nostra vita e il nostro attuale rapporto coi media. (Per non parlare dell’uso criminoso di alcuni eventi a fini politici: il rimpallo di responsabilità tra grillini e Pd nella gestione della piazza di Torino. Cercare di lucrare consensi elettorali su bambini feriti in una circostanza completamente irrazionale e ingestibile è inqualificabile.)

Come si può mettere fine a tale dinamica? Bella domanda. È chiaro che una soluzione magicamente univoca non c’è. Diciamo che smettere di guardare Quarto Grado (o la bacheca di qualche nostro amico di Facebook particolarmente scemo) sicuramente aiuterebbe.

 

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