Puglia e caporalato. Una giornata all’acinino

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Viaggio nell’entroterra pugliese della pulitura dell’uva e del caporalato.

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Ma è mai possibile? Ogni giorno la stessa storia? E mò un quarto d’ora, e mò mezz’ora, e mò un’ora! E che diamine!” , “Pensa a faticare! Le mani all’uva, forza. Forza!” , “Din-don, din-don, quando l’amore viene il campanello suonerà.”

Rosa è una signora di Palo del Colle, sulla quarantina, sanguigna e diretta. La frase da lei pronunciata sotto una vigna di Adelfia a fine giornata lavorativa è in realtà molto più colorita di quella qui riportata. Sono le dodici sotto il tendone. Io sono sudatissimo e voglio andare a casa. Siamo stanchissimi. Avremmo dovuto smettere di lavorare un’ora fa, ma si è indietro. Dobbiamo finire i filari e fa un caldo bestiale. Pierino, un trentenne anche lui di Palo, continua imperterrito a cantare per sottolineare il termine della giornata lavorativa e canzonare i caporali. Loro lo ignorano. La lite tra operai e padroni di cui abbiamo riportato uno stralcio (edulcorato al massimo) è quotidiana.

Ogni giorno cominciamo il lavoro di pulitura dell’uva all’alba, verso le cinque, e dovremmo terminare alle undici, per poi riprendere alle quattro del pomeriggio e terminare alle sette. Il condizionale è d’obbligo. In realtà ogni giorno lavoriamo in media un’ora in più – che non ci verrà pagata – e, se si calcolano anche i tempi necessari allo spostamento per coloro che vengono dai paesi più lontani, la paga – già misera – di cinque euro l’ora, scende a tre. Ma “a chi non sta bene” tale situazione “può rimanere a casa” – questa è la risposta del datore di lavoro. Nella squadra di ‘acinellatori’ siamo una quindicina scarsi – molti meno degli altri anni – e mentre Rosa urla la sua rabbia al caporale e al padrone, noialtri guardiamo per terra e ci asciughiamo il sudore. Io sono troppo stanco per pensare, figuriamoci parlare. Non so dove trovi Pierino le forze per cantare.

Il lavoro dell’acinino si fa nel mese di luglio – ogni anno – nelle vigne pugliesi, e consiste nell’eliminazione degli acini più piccoli dai grappoli, in modo da consentire una migliore maturazione di quelli già sviluppati e garantire equilibrio di dimensioni al prodotto finale dell’uva da tavola. Tale lavoro non viene fatto in nessun’altra regione e, insieme ad altri fattori come la qualità della terra e il clima, è ciò che determina la superiorità del prodotto pugliese nel panorama nazionale (e non solo). Si fa solo alle tipologie di uva senza semi, come la Vittoria o l’Italia, ed è sinonimo di altissima qualità. Il lavoro dell’acinino risulta, però, tanto semplice quanto pesante. Il sole cocente inizia a vessarci già verso le otto. Il tendone di plastica che ricopre i filari delle vigne non fa che aumentare la temperatura sottostante. Si finisce puntualmente in un bagno di sudore. Anni fa, quando eravamo più piccoli, io e molti miei coetanei della zona della provincia di Bari facevamo la stagione dell’acinino per poter andare in campeggio in Salento con qualche soldo in più in tasca. Oggi gli studenti e i ragazzi che fanno questo lavoro per pagarsi le vacanze sono praticamente scomparsi. Sono rimasti solo i meno abbienti

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Il peggioramento delle condizioni di lavoro, la paga ridotta, le ore straordinarie pretese e mai pagate e la mole di lavoro ha fatto sì che rimanessero solo le persone più disagiate sotto le vigne. Ovvero tutti coloro che per necessità non possono permettersi di rifiutare un lavoro, anche se a queste condizioni. I nuovi schiavi della modernità. Siamo tutti a nero. Il primo giorno abbiamo firmato un contratto che prevedeva un solo giorno di lavoro, ma senza data. Essa apparirà magicamente sui contratti solo in caso di controllo, in modo da permettere al datore di lavoro di sostenere che “abbiamo appena cominciato. È il primo giorno.” Sul contratto nazionale del lavoro agricolo è scritto che ‘lavori usuranti e stancanti’ del genere prevedono un massimo di sei ore lavorative giornaliere (noi ne facciamo nove o dieci, a seconda della giornata), devono consentire il riposo settimanale (noi si lavora anche la domenica), e non consentono il trasporto di pesi superiori ai 25 chili (regola puntualmente ignorata in tutti i lavori agricoli, dalla raccolta delle olive alla vendemmia). Queste sono le condizioni lavorative.

Nonostante questo, però, continuano a esserci parecchi operai disposti ad accettare – per fame – simili condizioni, tutti provenienti dalle zone più svantaggiate di Palo del Colle, Adelfia e Bitonto. Ci sarebbero anche molti migranti disposti a lavorare a queste condizioni, ma quando chiedo al padrone perché non ci sono stranieri, lui sorride e risponde “politica aziendale”. I neri appariranno magicamente sotto i tendoni solo a fine luglio, quando ci sarà urgenza di finire il lavoro prima che il torrido agosto porti a maturazione i grappoli. La conclusione che ne deriva è che gli immigrati farebbero volentieri i lavori che gli italiani (esclusi i più bisognosi) non vogliono più fare. Se solo gli italiani glielo concedessero. Eppure la nostra situazione lavorativa sembrerebbe persino migliore di quella di tanti altri. Più a nord nel barese, o nel foggiano, le condizioni di lavoro nei campi riescono addirittura a peggiorare. Turni massacranti e senza pausa, paghe inferiori e nessuna tutela.

L’anno scorso, ad Andria, la signora Paola Clemente, 49 anni, di San Giorgio Ionico è morta facendo l’acinino. Sul lavoro ne parliamo spesso. Si era sentita male sotto la vigna. Era stata messa nel pulmino che porta le squadre di lavoratori alle campagne raccattandoli da tutti i paesi circostanti. Non si volle provvedere a portarla all’ospedale perché questo era troppo lontano e un altro operaio avrebbe perso tempo. Venne trovata morta nel bus a fine giornata. Gli operatori del 118 decretarono un arresto cardiaco. Non ci furono denunce quindi non ci furono indagini. Questa e molte altre storie di quotidiano sfruttamento sono riportate nel libro “Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato” della giornalista Enrica Simonetti. In seguito a quell’episodio da quest’anno è obbligatorio il superamento di una visita medica. Questa però è poco più che una presa in giro. Mi è stato chiesto se fumo o bevo. Mi hanno misurato la pressione e fatto una spirometria alquanto sbrigativa. “Soffia un po’. Va bene. Il prossimo.” Tutto qui.

Signore anziane, pallide e grassocce – con chiarissime difficoltà nel sopportare il calore del sole pugliese di un mezzogiorno a luglio – sono state accettate a lavorare senza alcun problema. Questo è solo un altro esempio del tipico ricatto tra salute e lavoro che, nel panorama pugliese, vede il suo capitolo più eclatante nella paradigmatica saga dell’Ilva di Taranto. I proprietari dei campi in cui lavoro sono dei fratelli della provincia di Bari che ben conoscono le debolezze e le necessità di tutti i loro operai e sanno come sfruttarle a loro piacimento. “A chi non sta bene, può rimanersene a casa” dicono testuali. In simili condizioni il lavoratore non è mai in grado di far valere i propri diritti, specie se ha una famiglia da sfamare. E su questo si basa il potere smisurato dei nuovi caporali – che spesso oggi assumono l’aspetto senza volto di agenzie interinali sfuggenti e cangianti, con le quali è impossibile rapportarsi o lamentarsi delle condizioni di lavoro, perché presenze aleatorie, non pervenute, assenti.

Si invocherebbero più controlli e sanzioni. Ma, se si parla di campagne in Puglia, è importante sottolineare l’incredibile vastità dell’area. Una terra smisurata; e ciò vale in generale per tutte le campagne del sud Italia. Solo le vigne di una ditta pugliese a caso – la Giuliano Fruit Puglia – coprono un’area di 650 ettari. E di ditte, solo in Puglia, ce ne sono a decine – solo per quanto riguarda l’uva da tavola. Per gli ispettori del lavoro, trovare e controllare le condizioni di una squadra di una dozzina di acinellatori in un’area così grande equivale a scovare una formica in cinquanta campi da calcio. Quando chiedo agli altri lavoratori perché non si tenti, perlomeno, di fare più controlli, alcuni si sfregano i polpastrelli di pollice, indice e medio – nel gesto universale che indica i soldi – e tutti gli altri annuiscono.

Ma persino i datori di lavoro non se la passano bene – anche se le loro condizioni non sono minimamente paragonabili a quelle dei loro operai. L’oggettiva sovra-regolamentazione europea ha reso negli ultimi anni il mercato ortofrutticolo una continua battaglia in cui solo le ditte più grandi riescono a chiudere le stagioni in attivo. Ultimo esempio: il rilascio e il rinnovo delle concessioni dei posteggi per l’esercizio di commercio su aree pubbliche – regolata dalla direttiva europea Bolkestein – di fatto determina criteri impossibili da rispettare per imprese individuali o a conduzione familiare – come quelle degli ambulanti. Io lavoro per una impresa familiare di dimensioni medie, e le difficoltà del settore si fanno sentire anche per i padroni. Le direttive europee sono tantissime, asfissianti e spesso contraddittorie. Ascoltando le conversazioni sotto al tendone tra operai e datori di lavoro, l’impressione che si ricava è quella di uno scontro tra poveri in cui i meno sfortunati rivendicano anch’essi con orgoglio le proprie difficoltà. Come una conversazione tra anziani che fanno a gara a chi ha più acciacchi.

Ma, nonostante le chiare difficoltà dell’intero settore ortofrutticolo, è chiaro che i primi a farne le spese sono sempre coloro che si trovano agli ultimi gradini della filiera produttiva. Come un nero di 47 anni – di cui si ignora persino il nome – originario del Sudan, scomparso l’anno scorso nella zona di Nardò durante la raccolta dei pomodori – altro lavoro massacrante e deregolamentato. I casi e le storie di misteriose sparizioni di immigrati senza nome che lavorano nelle campagne sono decine. È difficile separare l’analisi giornalistica dalle dicerie che questi schiavi del terzo millennio fanno sul lavoro. Ma la tragedia sociale delle condizioni di lavoro pessime – da terzo mondo – che si palesano a una manciata di chilometri da noi, sono sotto gli occhi di tutti. Se solo si volesse guardare. La vicenda di Rosarno di pochi anni fa, per esempio; o il ghetto di Terlizzi, in cui decine di immigrati vivono in condizioni disumane, senza luce né gas – carne fresca per il fenomeno del caporalato. Siamo di fronte ad un continuo abbassamento degli standard lavorativi in uno dei settori più importanti e trainanti del sud Italia, del quale non si parla quasi mai. Il silenzio dei media e della politica sulla tragedia quotidiana del lavoro nero e dello sfruttamento nelle nostre campagne continua a essere assurdo e assordante.

Quando finalmente il padrone ci dà il permesso di tornarcene a casa e finalmente usciamo dal tendone, un vecchietto di Adelfia esclama sempre “e uscimmo a riveder le stelle”. Poi ci mettiamo in macchina per tornare a casa, e ogni giorno alcuni ragazzi di Bitonto che lavorano con me immancabilmente sfottono in malo modo la prostituta nera che lavora sulla strada che porta alle campagne. Il successo della guerra tra poveri del nostro tempo si basa anche sul fatto che c’è sempre qualcuno messo peggio di te. E così tu vai avanti, sprofondando sempre più.

Si ringrazia l’avv. Antonella Iacobellis per la consulenza legale, la sig. Rosa di Palo per il caffè e Pierino per la gioia e i sorrisi sotto al tendone. Per chi volesse approfondire l’argomento, si consigliano i libri “Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato” di Enrica Simonetti (Imprimatur), e “Uomini o caporali” di Alessandro Leogrande (Feltrinelli).

Giovanni Solazzo

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