Intervista

Giovanni ha 30 anni ed è nato ad Acquaviva, provincia di Bari. Ha studiato per un anno in Inghilterra, a Birmingham, e – dopo la laurea in Lettere alla Sapienza di Roma – ha vissuto e lavorato per due anni in Germania, prima a Monaco, poi a Berlino. In Germania ha fatto di tutto, dall’aiuto-cuoco al cameriere, al maestro d’asilo, all’insegnante d’inglese. Nel 2014 ha iniziato un lungo viaggio nel sud-est asiatico che lo ha spinto – a febbraio di quest’anno – alla saggia decisione di lasciare il suo lavoro attuale di insegnante di italiano per viaggiare senza data di ritorno per il Sud America. Ora è sulla strada da quasi sei mesi.”

1. Hai vissuto molto all’estero e ora in viaggio da mesi, cosa c’è fuori che in Italia manca?

Ciò che mi spinge a viaggiare non è la mancanza, è la curiosità. Non faccio parte dell’affollata schiera di italiani all’estero che non fanno altro che lamentarsi dell’Italia. Anzi, penso sia un meccanismo di difesa inconscio – piuttosto patetico – contro potenziali accuse di provincialità. Mi sono trasferito in Germania a causa di una relazione, non perché insoddisfatto dell’Italia. Poi, ovviamente, sono cosciente come tutti dei gravissimi problemi del nostro paese: nepotismo, assenza pressoché totale di meritocrazia, lassismo e uno spiccato talento per la lamentela. Ma la cosa che mi spinge a viaggiare è la pura e semplice voglia di vedere cosa c’è là fuori.

Wat Phra Kaew, Bangkok, Thailandia

2.Hai visto sia il Sud-est asiatico che il Sudamerica, che differenza emotiva trovi?

Non parlerei di differenza tra sud-est Asiatico e America Latina, sono entrambe regioni estremamente complesse, quindi ci sono molte differenze anche tra stati della stessa zona. Paradossalmente ci sono più affinità tra la Bolivia e la Cambogia che tra la Bolivia e l’Argentina, per fare un esempio. Siamo abituati a pensare al sud est Asiatico come un luogo ricchissimo di spiritualità e all’America Latina come una fiestacontinua, ma le cose sono più complesse e frastagliate. Ho trovato un’incredibile misticismo in Perù e in tutte le popolazioni amazzoniche, per esempio; e, d’altra parte, anche in Thailandia sanno benissimo come divertirsi (ma le feste colombiane, oggettivamente, non le batte nessuno).

3. Cosa ne pensi del contatto con i locali in Asia e in Latinoamerica?

Fortunatamente nel corso dei miei viaggi sono più o meno sempre riuscito a stringere legami con le popolazioni native (che sarebbe poi il vero motivo per cui si viaggia, al di là dei luoghi). Sono rimasto legatissimo alla Cambogia e conto di tornarci appena possibile, e – in modo completamente diverso – alla Colombia. Sono due posti diversissimi, completamente opposti, ma attraversati da una vitalità e da una genuina curiosità verso chiunque venga da lontano, che non può lasciare indifferenti. Penso sia dovuto al fatto che entrambe le nazioni abbiano cominciato ad avere più turisti europei e nord-americani solo negli ultimi cinque, sei anni. In Europa, inoltre, abbiamo ancora un’idea completamente sbagliata di entrambi questi stati (particolarmente della Colombia), come di luoghi pericolosi e proibitivi. Non è assolutamente così. L’apertura mentale e l’affabilità dei colombiani è stata una delle sorprese più grandi del mio viaggio. E i legami che ho stretto in entrambi i luoghi li porterò dentro per tutta la vita.

Angkor Wat, Siem Reap, Cambogia

4. Quali sono state le tue personali difficoltà in viaggio? Come le hai affrontate?

Laddove in luoghi come il Vietnam e la Bolivia ho dovuto vincere una iniziale diffidenza (‘ehi, gringo, que haces aqui?’), in altri posti come il Costa Rica, o l’Ecuador la gente ha costantemente voglia di conoscere nuove persone, soprattutto nei luoghi un po’ più sperduti e meno turistici (Panama, esclusa Panama City; o l’interno del Perù, escluso Machu Picchu). Ho auto una brutta esperienza a Lima, fortunatamente senza conseguenze. Mi ero clamorosamente perso in una zona della città (enorme) in cui non era saggio perdersi, e dei ragazzini di massimo undici anni, sotto effetto di droghe, hanno cercato di derubarmi della macchina fotografica (praticamente l’unica cosa di valore in mio possesso). Sono riuscito a correre via, ma il giorno dopo sono scappato da Lima. Per il resto in tutti i miei viaggi non ho mai avuto particolari difficoltà. Sono una persona estremamente adattabile, ho imparato ad essere paziente e a vedere in ogni ostacolo una opportunità di nuove esperienze. Ah, poi c’è stata quella volta in cui io e la mia ex ragazza ci prendemmo una pessima intossicazione alimentare ad Hanoi.

5. Come mai hai scelto di andare a insegnare nell’Amazzonia boliviana?

Avevo deciso tempo addietro, appena lasciata la regione amazzonica del Putumayo, nel sud della Colombia, che avrei trascorso più tempo nella foresta. La giungla è un luogo semplicemente magico, non ci sono parole per descriverlo. I paesaggi e le popolazioni tribali (messe sempre più in difficoltà dalle multinazionali e dallo sfruttamento dei loro luoghi) sono un patrimonio dell’umanità in grave pericolo. E quindi adesso in Bolivia, ho deciso che è il momento di prendermi una nuova pausa dalla civiltà e rendermi utile in qualche modo con le popolazioni locali. Fortunatamente un’associazione no-profit mi ha dato l’opportunità di farlo, insegnando inglese a ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Finora il sito workaway.com mi è stato estremamente utile nel cercare occasioni sia di lavoro che di volontariato, tramite esso ho trovato lavoro in una piantagione di caffè a Minca – nord della Colombia -, in un ostello a Medellin e adesso questa opportunità nell’Amazzonia.

Lago Titicaca, Copacabana, Bolivia

6. L incontro che ti ha fatto più cambiare punto di vista?

Di incontri incredibili negli ultimi anni ne ho avuti tantissimi, è difficilissimo per me isolarne uno o due, sentirei di fare un’ingiustizia verso tutti gli altri. Penso che viaggiare in sé sia stato ciò che più di tutto mi ha fatto cambiare punto di vista su molte cose. Soprattutto dopo aver vissuto così a lungo in un luogo formale e ben organizzato come Monaco di Baviera. Ritrovarmi improvvisamente nel caos di Bangkok o di Bogotà è una cosa che può spaventare. Ma il mio essere barese mi aveva dato gli anticorpi al caos. E quindi, se c’è una cosa su cui ho cambiato idea è questa: a volte l’ordine, la schematicità e l’estrema efficienza sono un limite. Nelle ristrettezze si sviluppa la creatività.

7. In cosa questo viaggio ti ha cambiato di più?

Penso di essere cambiato profondamente in molte cose. Dal punto di vista più “terra terra”: sono sempre stato parecchio imbranato in qualsiasi attività manuale, ora invece, posso dire orgogliosamente di essere in grado di fare cose come cucire, costruire oggetti o riparare utensili di uso quotidiano. Può sembrare stupido, ma è stata per me un’enorme soddisfazione. Da un punto di vista mentale, più “alto”: penso (spero) di essere diventato una persona più riflessiva, meno impulsiva, più paziente e con un approccio più sano alla vita. Prima di partire per questo viaggio ero fondamentalmente stressato, facevo troppi lavori tutti insieme, ed ero in una relazione che dopo parecchi anni, non aveva più molto da offrire. Penso che tagliare tutto e partire sia stata la cosa più matura che abbia mai fatto. Di certo ha cambiato la mia vita in meglio, spero abbia fatto lo stesso anche con me. L’aver tagliato anche molte altre cose inutili della mia vita, come Facebook o alcune relazioni tossiche, mi è stato di grande aiuto. Non ho niente contro i social network e spero di non risultare troppo vecchio quando affermo questo, ma penso che alla lunga essi divorino troppo tempo libero che potrebbe essere dedicato ad altro, e inoltre possono spingere inconsciamente molte persone a fare qualcosa non più per il gusto ed il piacere di farlo, ma solo per poi essere in grado di farlo sapere a tutti gli altri. E così, alla lunga, si perde la verità ed il gusto delle cose (per non parlare della policy sulla privacy di Fb). Infine se c’è una cosa in cui questo viaggio mi ha cambiato e aiutato molto è stata questa: badare al sodo. A cose come la terra, la natura, le relazioni umane che contano davvero, le esperienze e la ricerca della meraviglia.

Comuna 13, Medellin, Colombia

8. Come pensi di tradurre queste tue esperienze una volta tornato?

Da anni ormai lavoro con le lingue, quindi penso che una volta tornato in Europa continuerò su questa strada. L’insegnamento è una grande passione e da esso ho ricevuto anche enormi soddisfazioni negli ultimi anni. Vorrei potermi dedicare all’insegnamento linguistico per i migranti nella mia regione – la Puglia – ed è probabilmente lì che dirigerò i miei sforzi al ritorno (anche se non ho idea quando sarà). So che non è un campo in cui si guadagna moltissimo, ma in fondo sono laureato in Lettere. So da anni che i soldi veri li fanno gli altri (se li fanno).

9. La cosa che ti manca di più …

A costo di risultare banale ti dirò: gli amici e la famiglia. In molte occasioni avrei voluto condividere alcune esperienze con i miei amici più cari, ma viaggiare da soli dà in libertà ciò che toglie in condivisione. In questo periodo, poi, mi manca il mare pugliese, ma soprattutto perché al momento sono in Bolivia e qui è inverno e fa un freddo cane. A breve la situazione si capovolgerà e tutto andrà meglio. E infine, perdona la trivialità, mi manca il bidet. Ma a quello ormai c’ho fatto l’abitudine.

10. L errore che non rifaresti

Non penso di aver fatto particolari errori. Sin dall’inizio di questo mio viaggio ho avuto due sole regole: 1 – non prendere nessun aereo per gli spostamento interni, ma fare tutto il cammino solo via terra o mare (bus, bici, a piedi, autostop, barca, ecc) e 2 – prendermi tutto il tempo necessario per ogni luogo. Ecco, forse mi sarebbe piaciuto restare un po’ più a lungo in Perù (ci sono stato un mese e mezzo e non è bastato), ma il lavoro in Bolivia mi chiamava e ho dovuto rispondere. No, non penso di avere particolari rimpianti. Rifarei tutto. Anche le cavolate. Anzi, soprattutto quelle.

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