I modi del reportage in David Foster Wallace: ovvero, come superare la banalità del reale

[Questo articolo venne pubblicato originariamente sulla rivista letteraria Euterpe, n.10]

 

Una bizzarra convenzione si ostina a sostenere che gli articoli di giornale redatti da “scrittori” (categoria quanto mai vaga e sfuggente) siano più importanti e meritevoli d’attenzione degli articoli scritti da “altri”. Riviste patinate d’ogni tipo vantano collaborazioni con scrittori con l’hobby del giornalismo, la cui firma in calce risulta sempre più grande e più vistosa di quella dei loro colleghi. Trattasi di un fenomeno strano, tipico dell’evanescenza del moderno giornalismo-spettacolo, ma altresì interessante: perché si dovrebbe essere più interessati a leggere ciò che uno scrittore ha da dire su un dato evento, episodio o circostanza? Perché il lettore medio (quasi sempre su suggerimento invasivo dell’editore) viene portato a pensare che un articolo scritto da uno che di mestiere scrive libri sia più interessante di quello scritto da uno che di mestiere scrive articoli?

Chi scrive questa “cosa” che avete tra le mani pensa che le risposte a queste domande risiedano nella fascinazione di quello sterminato mondo-di-mezzo tra giornalismo e letteratura, e il punto d’incontro perfetto tra queste due sfere è sicuramente il reportage letterario – genere giornalistico spinoso e caratterizzato da classificazione complessa.

Per definizione vengono indicati come “reportage” tutti quei pezzi giornalistici collegati ad un’esperienza diretta del redattore; il reportage narrativo, quindi, si propone come ulteriore passo in avanti in tal senso: è più ampio, è dotato spesso di una sua trama o struttura interna specifica, e fa un richiamo ancora maggiore agli espedienti tipici del romanzo. Il risultato è un testo studiato non solo per rendere conto al lettore del particolare evento o fenomeno trattato, ma anche per calarlo in maniera specifica in esso, farlo immedesimare nel reporter e nella sua esperienza. Dare, insomma, qualcosa in più del semplice resoconto del tema e dell’esperienza trattata.

Ogni punto di vista è però – come sappiamo – parziale, quindi ogni articolo – narrativo e non – sarà sempre e per forza di cose una versione soggettiva dei fatti. L’obiettività pura e asettica non può esistere, nella scrittura come nella vita, nonostante gli innumerevoli sforzi fatti in letteratura e in giornalismo per inseguire la chimera di una voce impersonale e oggettiva, banalmente veicolante semplici informazioni.

La trasfigurazione del reale operata in molti reportage letterari sembra quindi dirci “basta con queste noiose radiocronache sterili e stantie, così facilmente trascurabili e inutili”. Una realtà “infiocchettata” – senza malizia e senza secondi fini manipolatori, ma solo artistici, verso il lettore – sarà sempre meglio della realtà in quanto tale.

 

Viva i fiocchi

 

Nel 1997 la rivista “Harper’s” decise di commissionare un reportage allo scrittore americano David Foster Wallace circa una crociera nei Caraibi e spedì l’autore in vacanza. Il risultato di questo esperimento a metà tra giornalismo e cronaca di viaggio da rivista patinata fu un qualcosa di poco definibile, tra saggio, reportage, libro satirico e pamphlet sociologico, perfettamente in linea con lo stile wallaciano caratterizzato da trasversalità e imprevedibilità: Una cosa divertente che non farò mai più.

La scrittura di Wallace è spesso rivolta a uno sforzo descrittivo che potrebbe essere definito “totale”, poiché esso comprende sia la riproposizione delle sue esperienze – tramite la maniacale descrizione degli eventi e dei luoghi che osserva – sia il precisissimo resoconto di tutte le emozioni, sensazioni e paesaggi interiori che tali circostanze innescano in lui. La cura per i dettagli e per i particolari che caratterizza lo scrittore in tali opere è, di conseguenza, rivolta ad una riproposizione il più fedele possibile di quella che l’autore sa essere la sua verità, la sua, personale e soggettiva, versione dei fatti.

Ovvero, di qualsiasi cosa Wallace ci stia parlando – terrena come lo sport del tennis o una crociera o, al contrario, eterea come il concetto di infinito in matematica, o la sottile e obliqua consapevolezza di ogni individuo circa la propria umana finitezza: «la vera storia che racconta – più o meno esplicitamente o consapevolmente  –  è la propria: la storia di sé che scrive il libro che il lettore ha fra le mani» (cit. Carlotta Susca).

È importante, inoltre, sottolineare come la maggior parte delle volte l’oggetto dei reportage di David Foster Wallace sia qualcosa di estraneo o quantomeno distante dalla comune e canonica nozione di “notizia”. Wallace, nel corso della sua carriera, scrisse reportage non solo su esperienze personali come viaggi o incontri, ma anche su argomenti originali e sorprendenti come, ad esempio, la sua ammirazione verso atleti come Federer, sue personali visite a fiere di provincia e altre esperienze personali francamente difficili da considerare “notizie”. Attraverso questo elemento (l’ostentata e fiera originalità di fare un reportage su di una crociera) Wallace dimostra, casomai ce ne fosse ancora bisogno, come ogni cosa possa rivelarsi foriera di verità. Qualsiasi episodio o evento può essere analizzato e vivisezionato alla ricerca di un senso che possa rappresentare un concetto o un’idea.  E questa è la più letteraria tra le operazioni: dimostrare come tutto potenzialmente può essere una “notizia”, se piegato allo scopo dell’autore: esprimere e comunicare la sua verità attraverso immagini e resoconti che pulsino di vita reale.

Ma qual è il rischio insito in tale operazione? Esattamente lo stesso che si palesa ogni qualvolta qualcuno provi a fare qualcosa di vagamente audace ed “emozionalmente” sperimentale: la temibilissima alzata di sopracciglio dell’autoproclamatosi lettore esperto e scafato, la cinica e ostentata superiorità di coloro che tendono a leggere ogni emozione come una debolezza e ogni sentimento puro come una dimostrazione di vulnerabilità. Tali rischi nascono sempre dalla stessa radice: il cinismo distruttivo, “lo sbadiglio, gli occhi al cielo, le strizzatine d’occhio, la parodia dei fini umoristi, i ‘Dio mio, quant’è banale’” (DFW).

 

La ‘verità’ è solo un’altra versione dei fatti

 

Incurante di tali frequenti reazioni, lo scrittore proseguì la sua personale strada all’interno del reportage letterario e dall’approccio trasfigurante e totale con cui affrontò la crociera di Una cosa divertente che non farò mai più, ai brevi reportage su cose inesistenti il passo fu breve.

Nel film Incident at Loch Ness del 2004, Werner Herzog afferma: “sono sempre stato interessato alla differenza tra ‘fatto’ e ‘verità’. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda, io la chiamerei “verità estatica”. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica.”

La scrittura di Wallace in Brevi interviste con uomini schifosi rispecchia esattamente tale visione. In questa opera del 1999, infatti, Wallace arriva al compimento, al non plus ultra della sua azione di commistione tra giornalismo, reportage creativo e letteratura. Il rapporto tra realtà personale e sua rappresentazione viene qui, infatti, elasticizzato fino a spezzarsi. Le interviste a cui il titolo si riferisce sono inventate, gli uomini di cui parla non sono reali. Tutto è una mera invenzione letteraria dell’autore. L’opera consiste, semplicemente, in una serie di racconti, saggi, estemporanee stramberie narrative e interviste inventate. Cionondimeno vi è senz’altro più attaccamento e adesione al reale in Brevi interviste con uomini schifosi, che nei molti altri reportage dello stesso autore. L’innata capacità di Wallace di rapportarsi in maniera migliore con la realtà quando si inventa tutto di sana pianta qui tocca il suo apice. Ciò è dovuto alla sua capacità di metaforizzare il reale, ridurlo e al tempo stesso espanderlo nell’esemplificazione narrativa di un’intervista inventata. È il corto circuito del rapporto di stretta relazione col reale che si fa ancora più pressante nella metafora letteraria che in un qualsiasi documentario o articolo di cronaca che cerchi, al contrario, di offrire come “reale” una semplice, soggettiva e personale riproposizione, l’asciuttezza del dato evento.

Vittorio Giacopini riassume con le seguenti parole tale argomentazione: “critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che sono sotto gli occhi di tutti. La presunta realtà è già replicata da troppi specchi (media, tv ecc.) e per dare qualcosa di autentico, sentito, interessante, è il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfasato. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente.”

 

E che c’entra Barbara d’Urso?

 

Innumerevoli trasmissioni, format, interviste alla “gente comune”, ritratti vividi della “pancia della gente” si preoccupano da sempre, di trasportare sullo schermo la realtà sociale, ma tutti questi tentativi non hanno fatto altro che sbiadirla sempre più.

Nel 2009 Michel Gondry realizzò un’interessante documentario su sua zia dal titolo La spina nel cuore: attraverso una telecamera a mano, si proponeva di portare la sua famiglia nella sua più totale veridicità sul grande schermo. Ignorava però come la presenza della telecamera avrebbe influenzato la “performance della loro vita” nei protagonisti del documentario.

La spina nel cuore è un’opera che vuole documentare qualcosa di reale, una persona cara al regista, in un documentario-reportage dal carattere intimista che (come Wallace, le sue crociere o le sue fiere di provincia) si raffronta con un tema la cui validità di “notizia” è discutibile, ma risulta senz’altro interessante e artisticamente più che rilevante.

La difficoltà di tali operazioni, però, risiede nel fatto che, nel momento in cui si piazza una telecamera di fronte ad una persona “reale” – non un attore o un figurante – quanto si può essere certi che quella persona sia in grado di rimanere – di nuovo – “reale”(altra definizione quanto mai sfuggente e priva di significato pratico)?

E’ un po’ lo stesso problema che si poneva Pasolini nei suoi Comizi d’amore, quando individuava la più grande difficoltà nel realizzare gli stessi nel fenomeno del cosiddetto “gallismo italiano”. La gente comune recita, lo fa nella vita, figuriamoci quando va in televisione o viene intervistata per un giornale, ed è così che interi format e reportage si uniformano nel riprodurre in serie mediocri attori su poveri set – tesi a recitare la parte di loro stessi.

Pensiamo ai servizi sulle sagre, sui paesini, su questi posti sperduti che si presume pullulino di “vita vera”. Il ritratto che ne fuoriesce è sempre, nel migliore dei casi, imperfetto. La piazza è illuminata in una certa maniera da spot, tutto è già scritto, o peggio ancora, lo sembra. E’ come se la realtà non esistesse più, neanche sullo sfondo, ripresa per sbaglio in una macchina che passa vicino al semaforo, nel muro scrostato di un casolare. Superficialmente si direbbe che la tv di oggi si occupa moltissimo di gente comune. In realtà la tv ha semplicemente trasformato la gente comune in figuranti, e la realtà in un triste set di uno spot.

Che fare? Come riportare l’arte e i media ad essere capace di incapsulare la realtà, o almeno la versione soggettiva di chi la dona, e darla al lettore, spettatore, ascoltatore, passante? Semplice, sembra urlare Wallace:  basta inventarsela, trasfigurarla, improvvisarla, questa dannata realtà. Insomma, facciamola noi, popolandola dei nostri fantasmi, delle nostre idiosincrasie, sogni, aspirazioni, bellezze. Prendete le vostre vite e infiocchettatele tanto! E nel muro scrostato di un casolare che non esiste, e non abbiamo mai visto, ci si riscontrerà molta più passionalità – vivida, vitale e pulsante – che in tutte Le Vite in Diretta e i Pomeriggi Cinque del mondo.

 

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