Arbeit macht fries

[Leggi su Il Nuovo Berlinese]

Prendere l’U-Bahn a Berlino tutti i giorni partendo da Kottbusser Tor per dirigersi verso un’altra fermata a caso della zona delle meraviglie Kreuzberg-Friedrichsein- Neukolln permette – e permetterà ancora a lungo – a chiunque di vedere personaggi strani, pseudo artisti acconciati in maniera stramba, nullafacenti dallo sguardo fintamente interessante ma decisamente poco vispo, fotografi di posacenere come se piovesse e, ogni tanto, gente sveglia con cui è davvero entusiasmante scambiare qualche chiacchiera.

Poi però, il più delle volte, quando ti avvicini all’elemento in questione e sbirci il libro che sta leggendo o origli la sua conversazione al telefono, scopri che probabilmente viene da un posto affascinante ed esotico come Grottaferrata o Pinerolo.

Sono anni ormai che italiani, greci, inglesi, australiani, spagnoli e così via invadono la Berlino ‘the right place to be’, spinti da affitti (un tempo) bassi, hype del momento, eventi e manifestazioni oggettivamente bellissime, cultura alla portata di tutti (ignoranti compresi); lì, poi, hanno trovato ad aspettarli turchi, polacchi e rumeni che, giustamente, nel frattempo s’erano messi comodi. Insomma, se vuoi imparare il tedesco non andare a Berlino, perché non lo parla nessuno, semplicemente perché qui i tedeschi sono merce rara.

Io ci vivo e comincio a pensare che i berlinesi non esistano, forse solo Kennedy. Il punto è che un’invasione protratta così a lungo e così intensamente porta ovviamente a delle conseguenze che non necessariamente sono cattive, per esempio è da qui, infatti, che parte il tanto celebrato melting-pot berlinese, che oggettivamente in Italia ce lo sogniamo).

Certo, se vieni in Germania per trovarti un lavoro, Berlino non è la scelta giusta, meglio Monaco, o Francoforte o Amburgo, il problema è che lì il tedesco lo devi saper parlare (e paradossalmente è più importante per i lavori non specializzati che per quelli specializzati, per i quali, nella maggior parte dei casi, basta l’inglese); se invece ti vuoi mettere seduto in un angolo ad assistere alla fiera delle vanità hipster, dell’ostentazione artistica e del manierismo conformista dell’anticonformista moderno, questo è il palcoscenico migliore del mondo.

Palcoscenico è la parola giusta, e non lo intendo necessariamente in senso negativo. Qui, sul serio, ogni cinque minuti succede una cosa eclatante o c’è una scena che vale la pena vedere. Questa capacità attrattiva, unita al costo della vita relativamente basso e all’aura di ‘opportunità per tutti’ che la Germania emana da tempo (più per demerito altrui che per merito suo) ha portato al famigerato fenomeno della gentrificazione.

Non intendo però parlare di questo, i più attenti alle dinamiche del mondo già sanno di che si tratta. Ciò su cui mi va di soffermarmi è: alla luce del fatto che Berlino è ormai intasata da gente alla ricerca di fortuna, visibilità o cazzeggio di qualità altissima, vale ancora la pena venirci a vivere? La risposta, lo anticipo, per me è sì, ma, dato che chiudere gli articoli con una nota di speranza alla fine fa più stile, partiremo con l’elencare i motivi per cui uno dovrebbe pensarci due volte prima di andare su wg-gesucht.

Cerchi lavoro a Berlino? Sappi che hai più o meno le stesse opportunità di trovarlo che hai a Roma, o Milano, o Bologna, con la differenza che lì parlano la tua lingua. Ciò che molti, infatti, non sanno è che Berlino non è una città ricca, non c’è l’abbondanza di aziende che investono presente in luoghi come, per esempio, la Baviera. Quindi, davvero, disoccupato laureato che fuggi dall’Italia priva di opportunità per cercare il lavoro che ti valorizza e gratifica a Berlino, spiegami la differenza tra lavorare in un call center nella tua città e friggere patatine all’estero.

Per chi invece è bravo abbastanza da aver trovato un lavoro qui, le cose cambiano radicalmente, e questo grazie ad una parola che è stata abusata così tanto in Italia che ci si è scordato il vero significato: meritocrazia. Ovvero, se vali vai avanti, puro e semplice buon senso, quello che a noi manca. L’Italia, e lo sappiamo, affannata tra mestieranti figli di faccendieri, lobbie, burocrazie, nepotismi, semplice pigrizia cronica e menefreghismo ed egoismo atavico è naufragata nel mare viscido di tutti i contratti precari e truffaldini che conosciamo bene. Qui, le cose funzionano diversamente. A Monaco c’è più lavoro che a Berlino, questo l’abbiamo già detto, ma vale la pena sottolineare che, se trovi lavoro a Berlino e sei bravo, stai sicuro che andrai lontano.

Ora analizziamo un problema che può sembrare scontato ma che non lo è affatto: l’incontro-scontro culturale tra la mentalità italiana e quella tedesca. Sfatiamo il primo mito, i tedeschi non sono freddi, siamo noi che attacchiamo bottone di più, date loro da bere e vedete come si riscaldano. Poi però il problema è che si dimenticano di voi, e per arrivare ad essere davvero  ‘amici’ con un tedesco sarete costretti ad offrire oceani di birra. Hanno semplicemente la diffidenza nei cromosomi, ma una volta sfondata la parete saranno vostri a vita.

Lo stereotipo, al contrario, confermato dalla mia esperienza personale riguarda invece la decantata efficienza teutonica. C’hanno un manuale per tutto. Qualsiasi cosa accada c’è una procedura e loro si atterranno a quella. Laddove noi improvviseremmo e daremmo sfogo a tutta la nostra creatività (il chè non è certo male come atteggiamento), loro invece consulteranno  alacremente il manuale del caso e seguiranno la procedura. E se non ci dovesse essere una procedura per la data situazione state sicuri che gli andrà il cervello in default. O magari se dite loro che si potrebbe, per esempio, fare anche in quest’altro modo, vi guarderanno storti e vi odieranno perché state disturbando l’efficientissima ed ineffabile sovrastruttura mentale che hanno per tutte le situazioni del mondo. Come se nel loro dna fosse compreso un manuale di istruzioni alla vita che non tradiscono mai. E vi sembra poco? Il risultato di questo atteggiamento, al di là di parossismi incapibili per un italiano (50 euro di multa a chi va in bici con una luce difettosa?) sono le strade più pulite d’Europa, dei trasporti pubblici da sogno per chiunque abbia mai avuto a che fare con l’Atac, una burocrazia così snella e veloce che ti viene da piangere e da abbracciare persone a caso in qualsiasi ufficio tu sia, e così via. Ma comunque l’impatto con una forma mentis così definita (e definitiva) può essere oggettivamente sconvolgente per un italiano.

E ora veniamo al problema più ovvio e banale al punto da sembrare stupido: il meteo. Potrà sembrare il capriccio di un italiano abbronzato e viziato, ma non lo è. Ne riparliamo quando aprirete le vostre finestre a giugno e vi renderete conto che non vedete il blu del cielo da dieci mesi e ve ne andrete in depressione. Perché bevono secondo voi?

Infine, il problema a cui si accennava all’inizio, sembrerà arrogante ma la questione è semplice: in una città dove sono venute a vivere migliaia di persone, necessariamente sono venuti a vivere anche un sacco di idioti: davvero ve la sentite di scambiare due parole col sedicente ‘artista del video’ fuoricorso dal’87, con gli occhiali senza lenti che blatera di Duchamp sbagliando tutti i congiuntivi? No, perché sappiate che qui abbondano. È un po’ la capitale mondiale del “faccio cose, vedo gente” di morettiana memoria. Davvero, volete andare a vedere vernissage con ingresso di 35 euro dove si assiste alla proiezione della videoinstallazione di un tizio che si lecca il braccio per dodici ore? Davvero volete essere rimbalzati da un club per cui avete fatto 45 minuti di fila perché “non siete vestiti in tono con la serata”? Davvero volete vivere in un paese dove dovrete conoscere minimo venti persone prima che qualcuno vi dica fieramente “sono un disoccupato” invece che ’fotografo’, ‘filosofo’, ‘video artist’, ‘ricercatore freelance (?)’, ‘apprendista stregone’?

Se la risposta è sì, fate bene, perché, fidatevi, qui c’è anche molto, moltissimo. E ne vale la pena. Così tanto che Berlino rimane ancora LA città imprevedibile in Europa, una delle poche al mondo che davvero, clichè a parte, ‘bisogna vivere, non si può descrivere’. Speriamo che gli hipsters (qualsiasi cosa essi siano) non la rovinino come hanno fatto con le barbe, le biciclette colorate e le macchine da scrivere.

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